L’Uomo Verticale  –  Edizioni Fandango

libro

2010

Fandango Libri

Leonardo, scrittore e professore universitario, dopo lo scandalo che ha distrutto la sua vita familiare e la sua carriera letteraria, si è ritirato nel piccolo paese natale dove conduce un'esistenza ritirata e solitaria.
I tempi in cui era un padre felice, le sue lezioni affollate e le sue letture riempivano i teatri, sono lontani: Leonardo da sette anni non scrive e non ha notizie della moglie e della figlia. Ma non è solo la sua vita ad aver subito un tracollo. Nel paese sta crescendo la barbarie. Rapine, sopraffazioni, omicidi, bande. L'esercito che tutti pensavano impegnato a bloccare l'invasione degli esterni è allo sbando. La gente ha paura e si arma: nascono ronde e corpi armati per difendere le frontiere, le città, le case. I telefoni smettono di funzionare, la televisione di fornire notizie, le banche di erogare denaro. L'ondata di violenza giunge anche fra le colline dove Leonardo ha cercato rifugio, costringendolo a fare i conti con il nuovo mondo e la sua spietatezza.
Unica via di scampo sembra essere la fuga a occidente. Inizia così un viaggio pieno di insidie, avventure, drammi che porterà il protagonista a sperimentare sulla sua pelle l'evoluzione dell'odio, del coraggio e del male.

Recensioni:

| La Repubblica  | Il Sole 24 Ore  | Vanity Fair  | L'Unità  | GQ  | Il Mattino  | Il Corriere Della Sera  | Avvenire  | Donna Moderna  | 

Tre pagine dal libro

-Evelina?
– Sì?
– Dormi?
– No.
– Vorrei che tu facessi una cosa per me.
– Se posso.
– Vorrei mi dicessi come sono.
– In che senso?
– Che mi raccontassi come sono la mia faccia e il mio corpo.
– Ora è buio.
– Raccontami quello che hai visto finché è stato giorno.
– Da dove vuoi che cominci?
– Dalla faccia.
– Ok, è magra, scavata e dove non è coperta dalla barba è bruciata dal freddo. Hai una cicatrice sulla fronte e una più piccola su uno zigomo. Credo che ti manchino dei denti, non so quanti, e hai gli occhi di un bellissimo verde scuro. Il bianco intorno però è giallo, forse per quello che mangi. Il naso è storto, non mi ricordo se a sinistra o a destra. Hai i capelli grigi molto lunghi che hanno formato delle specie di trecce. La barba invece è grigio scuro, con qualche pelo bianco. Non saprei che altro dire.
– Sei molto brava. Adesso il corpo.
– Sei alto, hai le gambe lunghe e la schiena molto rigida. Quando ti sei messo sopra di me ho sentito che sei leggero per la tua altezza. Ho sentito anche che hai una spalla legata e dopo ho visto che quando cammini la tieni più in alto dell’altra. Una cosa molto bella di te sono le mani. Nel mio lavoro ho sempre fatto molta attenzione alle mani e posso dirti che le tue, anche se ridotte male, sono molto eleganti. La prima cosa che ho notato però sono i tuoi piedi. All’inizio ho creduto fossero avvolti negli stracci, ma quando mi sono accorta che erano nudi, mi è venuto da piangere. Mentre ballavi mi sono chiesta come potevi riuscirci.
– Lo faccio solo per paura.
– Non lo penso.
– Adesso parlami del mio odore.
– Pensi sia sgradevole?
– Penso di sì, sono mesi che non mi lavo.
– Quando restiamo soli per molto tempo, senza che nessuno ci tocchi, il nostro odore torna quello di quando siamo venuti al mondo. Sembra quello di un pezzo di cartone bagnato nel latte. Non è sgradevole: l’ho sentito tante volte in sala parto, ma è stato mio marito a farmelo notare. Mi piacerebbe parlarti di lui, è molto tempo che non ho nessuno con cui farlo.
– Era un medico?
– Uno storico dell’Illuminismo. Quando ci siamo conosciuti, insegnava all’università di Anversa. Era in ospedale per far visita alla figlia che aveva appena partorito. Anche la figlia viveva all’estero, in Inghilterra, ma durante un convegno di antiquari le si erano rotte le acque con due mesi di anticipo. Gianni arrivò il giorno dopo dalla Germania. Era un uomo minuto di quasi settant’anni, io allora ne avevo quaranta. Volle parlarmi per sapere del parto; scambiammo qualche battuta davanti alla macchina del caffè; pochi minuti. A parte la gentilezza non ci fu nulla di quell’uomo gracile e con molti capelli che mi avesse colpita. Io del resto, visto il mio aspetto, non credevo di poter suscitare alcun interesse in un uomo, nemmeno se molto più vecchio.
Una settimana dopo invece arrivò in ospedale una lettera indirizzata a me. Poche righe in cui mi raccontava un breve viaggio in barca fatto la domenica precedente con un collega dell’università e la sua famiglia. Non sapevo se e cosa rispondere. Non lo feci. Una settimana dopo arrivò una seconda lettera dove mi parlava di un episodio curioso avvenuto il secolo prima all’architetto che aveva costruito la sala concerti di Anversa. Mi domandavo cosa potesse volere da me quel professore universitario non bello, non giovane, ma certamente in grado di ambire a donne più avvenenti. Ero confusa. Non avevo mai avuto una relazione e in passato ero stata infastidita da un paio di uomini sessualmente attratti dalla mia obesità. Ciò mi aveva resa diffidente e pessimista. Pensai che fosse quel genere d’uomo, ma quando feci leggere le lettere a un’amica disse che non le pareva.
Gli scrissi una cartolina. Lui mi rispose e per un anno continuammo a scriverci una o due volte a settimana senza che lui proponesse mai di incontrarci, sebbene fosse divorziato da molti anni e vivesse solo in una casa vicina all’università.
Aveva una scrittura molto sobria, senza svolazzi, ma illuminata da una perenne sorpresa. Non usava parole difficili, ma prendeva quelle semplici e le spostava dal posto dove la maggior parte delle persone le avrebbe usate. Scriveva in stampatello minuscolo, come chi arriva da una famiglia di persone incolte e per primo ha la possibilità di andare avanti negli studi. In effetti era così: il padre e la madre avevano gestito un negozio di alimentari in Lomellina.
Comprai un comodino con tre cassetti e lo misi accanto al letto per conservarci le sue lettere. In cucina avevo appeso un foglio dove annotavo i titoli dei libri di cui mi parlava per andare in libreria e comprarli. Un giorno, parlando con un collega in ospedale, mi accorsi che in tutta la giornata non avevo pensato nemmeno una volta a quanto fosse sgradevole il mio aspetto. La sera scrissi a Gianni che avrei avuto piacere di incontrarlo. Dormi, Leonardo?
– No. Ti ascolto. Dove vi siete incontrati?
– A Saarbrucken, una piccola città tedesca non lontana dal confine francese. Non so perché scelse quel posto, non glielo domandai. Era passato oltre un anno dalla prima volta in cui ci eravamo visti. Pensavo che ci saremmo seduti in un caffè e avremmo passeggiato lungo il fiume parlando di noi come si conviene in un’affettuosa relazione tra un uomo ormai distaccato dai bisogni del corpo e una donna che da tempo ha capito che il proprio aspetto non può suscitarne. Un patto tra mancanti. Invece quel che accadde fu che, dopo aver bevuto in silenzio un tè nel bar della stazione, andammo in una delle due stanze che aveva prenotato nel piccolo ostello della città e ci restammo per due giorni a fare l’amore in ogni maniera possibile.
Nei mesi successivi tornammo a scriverci senza fare cenno a quanto era successo in quella camera. Le sue lettere erano piene di leggerezza e affetto, ma non celavano alcun desiderio di rivedermi o di rifare ciò che avevamo fatto. Finché in aprile non arrivarono poche righe con cui mi chiedeva di sposarlo. Gli risposi qualche giorno dopo con una cartolina e tre mesi più tardi ci incontrammo di fronte al sindaco. Era la terza volta che ci vedevamo: io nel frattempo avevo provveduto a comprare una casa per noi e lui aveva fatto domanda per la pensione.
Nei cinque anni che abbiamo vissuto insieme ha continuato a parlarmi con la stessa dolcezza e a prendersi cura del mio corpo come fosse ogni volta qualcosa di nuovo. Lui era così con tutto ciò che gli stava intorno: era come se nascesse ogni mattina e ogni sera mettendo il pigiama si vestisse per il sepolcro. Quando lo sentivo scendere per la colazione, i suoi passi sulle scale erano quelli di un ragazzo che non ha ancora visto niente. Questo mi dava una gioia e una sicurezza infinite e la voglia di averlo sempre dentro di me.
Quando Evelina tacque, Leonardo restò ad ascoltare i rumori che la notte avrebbe dovuto produrre, ma che il freddo aveva imprigionato in un blocco compatto di silenzio. Il vento passava muto sui corpi dei ragazzi distesi nel cortile arrossando le braci del falò. Al di fuori di quei frammenti di luce vermiglia e dell’eco delle parole della donna, il mondo era un’ombra fredda e priva di domani.
– Che ne è stato di lui?
Ebbe l’impressione che lei alzasse le spalle.
– Quei ragazzi hanno capito subito che sarebbe stato un peso portarselo dietro. Da qualche mese aveva problemi all’anca. Così l’hanno legato al tavolo della cucina e gettato nel fiume vicino a casa. Credo che l’abbiano fatto perché uno di loro l’aveva visto in un film. Mentre la corrente lo portava via, Gianni fissava il cielo con lo stupore che aveva per tutte le cose. Era una bellissima giornata di sole. Penserai che è una cosa morbosa ma, mentre lo guardavo allontanarsi, non desideravo altro che di essere ancora una volta nuda nel letto con lui.
Leonardo appoggiò la guancia contro il fianco rugoso di David e guardò il punto nel nero dove sapeva esserci la roulotte. Il vento portava qualcosa di minimo e di freddo. Oltre le sbarre forse era cominciato a nevicare, ma oltre le sbarre era un luogo enormemente lontano. Nel ventre di David si muovevano grosse masse d’aria e di cibo.
– Vorrei sapere quel che è peggio – disse Evelina – se essere violata cento volte dai pirati negri, aver tagliata una natica, essere passata per le verghe dei Bulgari, fustigata e impiccata in un autodafé, remare in galera, e provare insomma tutti i mali che abbiamo provato, oppure restare qui senza far nulla.
Rimasero in silenzio, poi la sentì alzarsi, bere dal secchio e rimettersi a sedere.
– Lo sai tutto a memoria? – chiese Leonardo.
– Solo questo pezzo. Mi ha sempre fatto ridere quando la vecchia dopo tutto quello che hanno passato, dice così. Gianni andava matto per Voltaire. Diceva che Candide era la cosa più crudele che avessero mai scritto ridendo.
Uno dei ragazzi nell’aia si mise in piedi e camminò per qualche metro, poi sentirono il tonfo sordo del suo corpo sul cemento.
– Pensi che moriremo? – le chiese.
Evelina si grattò una gamba.
– Qualcosa del genere.

Commenti

  1. Dario Voltolini scrive:

    “L’uomo verticale” è un romanzo magnifico.

  2. cristina scrive:

    ma qual è la capitale del burkinafasso??…..bel sito e la tua biografia tutta lazzi e frizzi.
    ma su questo mai avuto dubbi.
    ciao, maestro.

    cristina

  3. simona scrive:

    “L UOMO VERTICALE ” E’ UN LIBRO MERAVIGLIOSO.
    TI STRINGE LO STOMACO,TI STRAPPA IL CUORE, TI APRE LA MENTE.
    GRAZIE

  4. veruska scrive:

    Ho finito ieri di leggere “L’uomo verticale” senza parole,semplicemente unico. Complimenti professore. Non riuscivo a distogliere l’attenzione da ciò che leggevo.Mi ha colpito molto, un libro che lascia con il fiato sospeso,incuriosisce… Fantasticooo 1000 complimenti… aspetto il prossimo….

  5. Mariateresa scrive:

    Bari, 23 agosto 2010
    Ma come scrivi bene, Longo! L’uomo verticale è davvero stupendo: sembra di essere in viaggio con Leonardo Chiri, Lucia, Alberto e Baushan; che desolazione questo viaggio in un mondo impazzito. Come il nostro? Certo, se Berlusconi insiste a picconare la Costituzione…è terribile come si possa passare dalla normalità alla follia e in fondo in molti casi è già successo. La scrittura è magnifica e riferimenti letterari, come per Un cuore semplice che non conoscevo e sono corsa a leggere, semplicemente giusti. Grazie Davide Longo, grazie per scrivere come scrivi e quando sarai a Bari, mi autograferai il romanzo, per favore? Ciao, a presto
    Mariateresa

  6. Lea scrive:

    Grande libro e bellissimo scrittore!

  7. mytom scrive:

    Sicuramente il più bel romanzo italiano che mi sia capitato tra le mani negli ultimi due o tre anni.
    Da leggere e, lasciato decantare per un po’, rileggere.
    Grazie.

  8. nadia scrive:

    Non tralasciate “Il mangiatore di pietre”, però!

  9. Fabrizio scrive:

    Se l’autore fosse americano da questo romanzo avrebbero già tratto un film, un videogioco, una serie tv e un fumetto.

    Capolavoro.

  10. Salvatore scrive:

    stupendo … grande Davide

  11. Flazio scrive:

    uno tra i più bei romanzi che ho letto.

    grazie.

  12. mytom scrive:

    Lo so, ho già detto la mia, ma oggi mi è capitato di scrivere qualcosa de “L’uomo verticale” sul forum di writers magazine (scribacchio anch’io), e che mi va di condividere anche qui:

    “Tra le prossime letture, non appena ritrovo la voglia di andare avanti, ci sarà “Il mangiatore di pietre” di Davide Longo. Il suo “L’uomo verticale” è il romanzo che avrei voluto scrivere e che per anni ho immaginato… talmente bello che ho paura di rileggerlo per non intaccarne il ricordo, così come, per lo stesso motivo, mi sono tenuto inconsapevolmente distante dagli altri romanzi di Longo”

  13. Era da tempo che non mi capitava di non vedere l’ora di andare a letto per poter riprendere questo libro, cosdì come non accadeva da molto di fare l’una di notte pur di finirlo. Sarà il ritorno al cartaceo?
    Libro di inattesa bellezza. La storia è si molto simile a quella narrata da McCormack in The Road, ma qui ci sono valenze diverse , per certi aspetti superiori. Gli “umani” che il protagonista incontra nel suo tragitto sono in realtà un viaggio nello spirito dell’individuo, nel suo essere. Dall’indifferenza alla solidarietà, dall’approfittamento alla violenza strumentale o gratuita. E il finale, che può apparire retorico e farcito di happy ending, è in realtà un omaggio al vero dominus del pianeta, la natura! Scrittura di gran livello, mai noiosa nonostante la complessità. E nulla pregiudica il fatto di non essere didascalico di spiegare “cosa è accaduto”: gli accenni fatti sono più che sufficienti per determinare che la causa è più importante dell’effetto: e la causa è l’uomo con la sua innaturalità.

  14. Neocle Giordani scrive:

    Perché la scelta di asteriscare i nomi delle località?

  15. Neocle Giordani scrive:

    Beh, un posto tra Svizzera, Francia e Liguria mi sembra abbastanza definito. Restano anonime le singole città…

  16. Annamaria Loche scrive:

    Ho finito di leggere per la seconda volta questo romanzo che mi era stato consigliato a suo tempo da un mio amico scrittore. Ora lo ho inserito in un mio corso (l’ultimo) e l’impressione che mi era rimasta è stata confermata.
    Il libro è molto bello, profondo, con una bellissima scrittura. Al testo di McCarty (bello, e inserito anch’esso nel programma) “assomiglia”, ma è proprio un’altra cosa. Non sono una studiosa di letteratura, ma mi sembra interessante che due opere che appaiono simili siano così diverse: distopie apocalittiche di diverse apocalissi, con “strade” interne differenti.

    • Davide Longo scrive:

      Grazie Annamaria, sarei curioso di sapere di che corso si tratta, ma starci comunque dentro, seduto accanto a McCarthy è comunque cosa bella e lusinghiera.

      • Annamaria Loche scrive:

        Insegno, ormai vicina alla pensione, Filosofia politica. I miei “auctores” sono, da sempre, Hobbes e Rawls, Bentham e Rousseau. Ma ogni anno faccio un corso per la triennale non sui classici, ma a tema. Questo, che sto tenendo ora, è sulla distopia di questi ultimi decenni. Mi sembra sia seguito con passione. Ci saranno delle lezioni i cui saranno i ragazzi a parlare e il tuo libro sarà esaminato da loro. Vedremo che cosa ne verrà fuori.
        Vorrei che si riuscisse a mettere in crisi la visione tradizionale della distopia perché mi sembra che (paradossalmente?) oggi ci siano distopie “aperte”.
        Ci sarebbero tante cose da dire, ma…

Lascia un commento:

Torna su ⇑