IL CASO BRAMARD  –  Edizioni Feltrinelli - "I Narratori"

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2014

Feltrinelli - "I Narratori" Libri

Corso Bramard è stato il commissario più giovane d’Italia. Meditabondo, insondabile, introverso eppure capace di intuizioni prossime alla chiaroveggenza. Fino a quando un serial killer di cui seguiva le tracce ha rapito e ucciso la moglie Michelle e la piccola Martina. Da allora sono passati vent’anni. Corso vive in una vecchia casa dimessa tra le colline, insegna in una scuola superiore di provincia e passa gran parte del tempo arrampicando da solo in montagna, spesso di notte e senza sicurezze, nell’evidente speranza di ammazzarsi. Perché, come suole ripetere, “non c’è nessuna vita adesso”. Eppure qualcosa è rimasto vivo in lui: l’ossessione, coltivata con quieta fermezza, di trovare il suo nemico. Il killer che ha piegato la sua esistenza e che continua a inviargli i versi di una canzone di Leonard Cohen. Diciassette lettere in vent’anni, scritte a macchina con una Olivetti del ’72. Un invito? Una sfida? Ora quell’avversario che non ha mai commesso errori, sembra essere incappato in una distrazione. Un indizio fondamentale. Quanto basta a Corso Bramard per riprendere la caccia, illuminando una scena popolata da personaggi ambigui e potenti, un dedalo di silenzi che conducono là dove Corso ha sempre cercato il suo appuntamento, e il suo destino.

Tre pagine dal libro

Nell’ufficio una pesante cappa di caldo e di fumo posava

sull’arredo anni settanta. – Aria condizionata rotta – disse

Arcadipane. – Siediti e non fare commenti.

I due lati della stanza non occupati dalla scaffalatura e

dalla finestra erano lasciati in balìa di un divano su cui pareva

qualcuno avesse appoggiato una padella rovente e di una

porta laccata di grigio, che Corso sapeva cieca.

Sedette su una delle due sedie davanti alla scrivania.

Arcadipane abbassò la tapparella per proteggergli gli occhi

dal sole e socchiuse la finestra, quindi si accomodò sulla

poltrona reclinabile come può farlo un uomo di quarantatré

anni con un forte accento lucano, uno stipendio di duemilaquattrocento

euro al mese e molti pensieri.

– Quello che mi fa incazzare – esordì, passandosi una

mano tra i pochi capelli concentrati nella parte posteriore

del cranio – è che a te non ti cadono. Cosa fai? Li lavi con il

rosso d’uovo delle tue galline?

Corso allontanò il posacenere stracolmo di cicche che

aveva davanti. Tutto nella stanza puzzava di pessimo tabacco

e del deodorante spruzzato per coprire la puzza di pessimo

tabacco.

– La famiglia? – chiese.

– Mariangela aveva un nodulo al seno, – la fece breve

Arcadipane – ma è andato tutto bene. La femmina ha il primo

mestruo e Luca forse perderà l’anno, ma comincia ad

allenarsi con la prima squadra. Tu insegni sempre?

– Sì.

– Sempre a mezzo servizio?

– Sì.

– Ok, ci siamo aggiornati, veniamo al dunque.

Corso tolse di tasca la busta di plastica e gliela porse.

– Da dove? – chiese Arcadipane, studiando il francobollo

sulla lettera.

– Romania.

– Dentro?

And mercy on our uniform, man of peace or man of war:

the peacock spreads his fan.

– Che vuol dire?

Uomo di pace o uomo di guerra, il pavone apre il suo

ventaglio. Sono gli ultimi versi della canzone.

Arcadipane soppesò la lettera, poi la lasciò cadere sulla

scrivania e prese le sigarette dal primo cassetto. Malgrado la

giacca e i baffi curati, nessuno avrebbe potuto scambiarlo

per un pianista francese: la sua faccia veniva dritto dritto da

antenati di fronte grossolana, gambe arcuate e carnagione

che le contrarietà subito infoschivano. La sua mente tuttavia

era affilata e questo era il motivo per cui da una decina d’anni

sedeva da quella parte della scrivania, il motivo per cui

Corso gliel’aveva lasciata senza tentennamenti e il motivo

per cui ora era lì.

– Quante sono con questa? – domandò il commissario,

appicciando la Muratti con un accendino di padre Pio, che

poi lasciò ricadere nel taschino.

– Tredici, tutte da paesi diversi – disse Corso. Si lasciò

andare contro lo schienale per sottrarsi al primo sbuffo di

fumo. – L’intervallo più breve tra una e l’altra è stato di cinque

mesi, quello più lungo un anno e sette mesi. L’indirizzo

sulla busta è battuto a macchina sempre con la stessa Olivetti

del ’72, i versi della canzone scritti a mano dalla stessa

Montblanc. Nessuna impronta o traccia di Dna. Le perizie

calligrafi che dicono che è un uomo: sicurezza, padronanza di

sé, perfezionismo, emozioni controllate, intelligenza pronta,

spiccato narcisismo, compulsione alla correttezza e totale assenza

di empatia emotiva.

Arcadipane sistemò il posacenere sopra una pila di fascicoli

con il timbro della questura.

– Dopo vent’anni forse potremmo prendere in considerazione

l’ipotesi che Autunnale siano più persone, no? Qualcuno

che si passa una specie di testimone.

– Potremmo, ma non è così.

Arcadipane incrociò le mani dietro la testa e si mise a

contemplare la sfera opaca del lampadario. Dalla finestra rumori

di città, l’assolo di un tram, poi un clacson. Oltre la

porta, telefoni e voci.

– È il momento in cui mi consigli di metterci una pietra

sopra? – chiese Corso.

Arcadipane lo guardò di sguincio, senza cambiare posizione.

– Lo sai quante possibilità ci sono di prendere un assassino

dopo…

– Sette mesi fa erano lo zero virgola tre. Sono peggiorate?

Il commissario fumò, senza stringere gli occhi.

– Tu eri il migliore. E non ci sei riuscito.

– I migliori trovano la gente viva e prendono il colpevole.

Per trovare i cadaveri o nemmeno quelli bastano i peggiori.

Arcadipane sostenne lo sguardo di Corso, poi tornò a rivolgere

gli occhi al soffitto. Qualcuno camminava al piano di

sopra. Tacchi di femmina. Il suono sparì. Dalla strada ora

salivano le voci maschili di un litigio: questioni di passo carrabile.

– Lo sai chi è ai domiciliari dalla settimana scorsa? – disse

Arcadipane, come lo chiedesse alla nuvola di fumo appesa

al soffitto.

– Morabito.

– Allora li leggi i giornali!

– L’ho sentito alla radio.

Arcadipane si allungò fino al plico chiuso da un solo elastico

verde e lo tirò a sé. Nel farlo urtò il posacenere e una

manciata di grigio cadde sulla scrivania.

– Il nostro amico Morabito Antonio… – lesse dal fascicolo,

senza badare alla cenere – …cinque prostitute ammazzate

tra l’81 e il settembre dell’83. Sempre accoltellate al ventre.

Sempre più di dieci coltellate: un generoso. Sessualità repressa,

problemi di erezione, odio verso le donne e tutto il

corredo. Se non lo prendevi, sicuro continuava… – Fece

scorrere gli occhi lungo la pagina. – Si è fatto venticinque

anni tondi tondi. Niente infermità mentale. In carcere condotta

senza una grinza, ha preso una laurea e collabora al

sito internet di un centro per le adozioni a distanza.

– Laurea in cosa?

Arcadipane scostò un paio di fogli.

– Psicologia – e spense il mozzicone. – Tu che ne dici?

Corso grattò via una goccia di resina dai pantaloni. I pini.

La montagna. La salita.

– Sai cosa direbbe uno psicologo? Persino Morabito forse?

– Mi sa che sto per saperlo.

– Direbbe che sono l’ultimo a cui dovresti rivolgerti per un

consiglio, dato che la mia visione della realtà è fortemente compromessa

dall’autolesionismo, dal senso di colpa, dalla mancata

elaborazione del lutto e da una decina di altre turbe che mi

rendono un borderline. Per non parlare dell’incapacità di provare

sentimenti che era tratto dominante già prima dei fatti.

– Ho preso appunti. Tu che faresti?

Corso fissò la macchia chiara che la resina aveva lasciato

sul tessuto consunto dei pantaloni.

– Ci metterei un uomo per un mese e darei un’occhiata ai

tabulati e ai siti che frequenta. Se ricomincia con le puttane

e il porno violento, ci farei due chiacchiere consistenti.

– Ma non è detto che ricominci, no?

Corso si alzò e andò alla porta.

– Mi chiami quando hai i risultati della Scientifica?

Arcadipane riportò gli occhi sul soffitto.

– Chiudi, che mi esce questo bel fresco.

Commenti

  1. m m scrive:

    Un livre qui, après quelques lignes, cite des vers de Cohen comme indice donne envie de suivre la piste! Et puis, ça fait plaisir de retrouver votre voix.

  2. Luca scrive:

    Finalmente un nuovo libro.
    Il mangiatore dipietre è uno dei miei libri preferiti di sempre.

  3. Carla scrive:

    Molto intrigante per atmosfera e personaggi, mi procurerò il libro per proseguire la lettura.

  4. Daisy scrive:

    Ho appena ultimato la lettura del suo libro. Mi è piaciuto molto. Trovo la sua scrittura è pietrosa, ma ricca d’ossigeno … dipende dall’amore per la montagna? Rimane una domanda cui non ho trovato risposta: perché il personaggio di Isa è così marcatamente simile a Lisbeth Salander? Ancora complimenti! Daisy

  5. Neocle Giordani scrive:

    Scoperto con due anni di ritardo. Divorato. Apprezzato.
    Adesso mi tocca cercare i precedenti.
    Ci vediamo presto

    • Davide Longo scrive:

      I libri hanno questa bella cosa di invecchiare poco, o quasi niente. A volte mai (non so i miei). Se ti è piaciuto Bramard, forse il mio altro libro più sull’onda è il Mangiatore di pietre. Buone letture!

  6. alessandro sarto scrive:

    A parte l’accostamento Isa/Lisbeth Salander, chi vi ricorda il vecchio senatore dalle orecchie enormi, il naso affilato e gli occhi combattivi (“guardandoci dentro, pensò alle braci di un fuoco che aveva prodotto luce e calore, forse anche distrutto e devastato…”)?

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